Il dibattito storiografico cinquanta anni dopo

Da "la Repubblica" di sabato 6 giugno 1998

Un saggio di Gianni Rocca sull'Italia invasa schierato contro le tesi revisioniste

Non chiamatela più guerra civile

Di Gianni Corbi

Dal 1943 al 1945 l'Italia fu devastata, sconvolta, messa a ferro e fuoco da eserciti che la percorsero da Sud a Nord e viceversa. Un'Italia divisa in due costretta a convivere con le bombe, i rastrellamenti, la fame, le macerie, le rappresaglie. È l'Italia che Gianni Rocca specialista in affreschi storici dove l'arte militare si abbina alle vicende sociali e politiche, racconta nel suo ultimo libro: (L'Italia invasa 1943-1945, Mondadori, pagg.257, lire 30.000).

Che cosa rese così micidiale la vicenda italiana? Fu la coralità delle sue sventure, il fatto che non ci fu regione, famiglia, città, piccolo paese, risparmiato dalla sventura. Furono i due anni della locusta. Mesi durissimi, dove si lotta per la pura sopravvivenza, per la conquista di un chilo di patate, di olio, di latte, o per non finire prigionieri in qualche lager tedesco.

Il racconto prende l'avvio, come indispensabile premessa diplomatico-militare negli ultimi mesi del 1942, quando le armate di Hitler cercavano disperatamente di debellare la resistenza dei russi, e gli angloamericani erano incerti su come, e dove aprire un secondo fronte in Europa. Il destinò del nostro paese ma nessuno in quel momento poteva soltanto immaginarlo - fu fissato a Casablanca, quando Churchill e Roosevelt decisero l'invasione della Sicilia «da effettuarsi in una non precisata notte del futuro mese di giugno».

L'operazione «Husky», come fu denominata, accettava in pieno la tesi di Churchill, secondo il anale 1 invasione della Sicilia comportava due vantaggi: avrebbe impegnato a fondo le forze delibasse distogliendole dal fronte russo, e rese più sicure le rotte del Mediterraneo.

La mattina del 9 luglio 1943 ricorda Rocca, l'operazione «Husky» prese 1' avvio. Dagli aeroporti tunisini decollarono 266 velivoli DC 47 con a bordo tremila paracadutisti della 82esima divisione americana del generale Matte Ridgway. Era l'avamposto della grande armata che risalirà tra enormi difficoltà tutta la penisola.

Un problema politico rimaneva aperto. Quale trattamento riservare agli italiani dono la conquista della Sicilia? Due tesi si fronteggiarono .Da una parte il generale Ike Eisenhower, il quale sosteneva che «l' Italia ha tutto l'interesse a cessare le ostilità e l'unico ostacolo a una pace onorevole è la politica del governo fascista». Ma prevalse il parere contrario di Churchill che, con il consenso di Roosevelt forse non troppo convinto, comunica il suo verdetto: «Non possiamo certamente dire agli italiani che se cesseranno le ostilità avranno la pace con onore... Possiamo soltanto dire loro che saranno trattati con umanità».Troppo poco per Ike, ma non gli restò che prenderne atto.

Dopo aver descritto con vivacità e ricchezza di dati la macchina dell'invasione con le sue implicazioni strategiche e politiche, l'attenzione di Rocca si sposta a Roma, all'interno dei palazzi dove si stava decidendo la sorte del Duce e del fascismo. Rievocando le varie fasi che portarono il 25 luglio 1943 alla caduta del fascismo e poco dopo all'armistizio dell'8 settembre, Rocca è come stupito di fronte alla incapacità e cecità dei nostri governanti, all'insipienza di Mussolini il quale nel suo discorso al Gran Consiglio, sembrò ignorare «che la guerra stesse per piombare sul territorio patrio», e al cinismo del re e di Badoglio che, con disinvolte giravolte, si scaricarono di ogni personale responsabilità. Si avviò in tal modo commenta Rocca, «una gigantesca operazione trasformista, tipica operazione trasformista, tipicamente italiana mirante a indicare nel solo Mussolini il responsabile di una guerra sbagliata e perduta».

I quarantacinque giorni che dal 25 luglio portarono all'8 settembre del 1943 sono, com'è noto, fitti di trame di complotti di giochi degli equivoci. La tesi di Rocca, del resto largamente condivisa è che Badoglio s'illuse di poter giocare gli alleati tenendo i piedi in due staffe. Le trattative per arrivare alla resa cominciate nell'agosto del 1943, furono condotte dal generale Giuseppe Castellano in una situazione disperata.

Uno degli obiettivi di Castellano era una volta superato l'ostacolo della resa incondizionata, di ottenere «uno sbarco al Nord di Roma». Una richiesta accettata dagli alleati, ma vanificata dall'incredibile comportamento del generale Giacomo Carboni, comandante del Corpo d'Armata motorizzata.~4Iicatastrofismo di Carboni», scrive Rocca, «ebbe modo di manifestarsi in forme drammatiche la sera del 7 settembre quando gli si presentarono Taylor e Gardiner incaricati di mettere a punto l'avio sbarco alleato (in codice «Giant 2»)».Anziché collaborare, il generale italiano mise in campo una serie di argomentazioni negative, giungendo al punto di affermare, davanti agli sbigottiti interlocutori, che l'arrivo dei paracadutisti sarebbe servito solo «a indurre i tedeschi a un'azione più drastica».

Ma il colmo dell'insipienza, la vera tragedia, si svolse qualche ora dopo nelle ore «fatali» della notte tra il 7 e 1'8 settembre. Il generale Taylor, indispettito e quasi incredulo dopo l'incontro con Carboni, pretese d'incontrare Badoglio. Un incontro surreale che si svolse a mezzanotte con un Badoglio insonnolito e in pigiama che implorava di sospendere l'operazione «Giant 2» e di rimandare l'annuncio dell'armistizio.

Le infauste decisioni, o meglio indecisioni del re e di Badoglio, dovevano costare all'Italia, oltre al trauma dell'8 settembre venti mesi di lutti e di distruzioni. Mesi che vengono ripercorsi da Rocca tappa per tappa con l'illustrazione delle forze in campo e delle rispettive strategie. Una lunga via Crucis costellata di battaglie, di bombardamenti, di massacri. Lo sbarco di Anzio che nel febbraio del 1944 avrebbe dovuto affrettare la marcia verso il Nord si rivela un completo fallimento. L'errore terribile, secondo molti un crimine inescusabile, della distruzione dell'Abbazia di Montecassino. La liberazione di Roma e di Firenze. I duri scontri per superare la linea Gotica. E, finalmente il balzo in avanti, con le battaglie per conquistare Bologna e l' «inafferrabile Romagna», fino alla completa liberazione del Nord il 25 luglio del 1945.

Gianni Rocca ha una spiccata predilezione per i temi militari di cui sono testimonianza i suoi saggi dedicati alla marina e all'aviazione, ed in particolare Il piccolo Caporale dedicato alla folgorante conquista napoleonica dell'Italia. Ciò non toglie che la ricostruzione dell'Italia invasa pur dando largo spazio alle vicende militari, abbia un taglio essenzialmente politico. Il libro di Rocca può infatti essere considerato come una delle più decise confutazioni delle recenti tesi «revisioniste» attualmente in circolazione sulla Resistenza e sulla guerra di Liberazione.

La prima confutazione riguarda il carattere di guerra civile che sarebbe stata combattuta tra due minoranze ideologizzate. Ma non fu affatto così. Perché ci sia guerra civile sembra essere la tesi di Rocca, occorre ché due parti di popolo più o meno equivalenti si fronteggino, come avvenne per esempio nella guerra civile americana. Non fu però il caso dell'Italia dove la stragrande maggioranza si schierò apertamente per la parte «democratica» che voleva la sconfitta dei tedeschi e dei fascisti di Salò.

La seconda confutazione riguarda l'importanza che la Resistenza ebbe in quei mesi spietati. Un'importanza che i moderni revisionisti giudicano del tutto marginale e che Rocca, invece, considera rilevante. Una Resistenza che si manifestò in vari modi. Con gli scioperi nel triangolo industriale. Con la renitenza alla leva. Con la nascita spontanea di formazioni partigiane che costituirono un serio problema per gli alti comandi tedeschi al punto da preoccupare il feldmaresciallo Kesserling il quale non a caso volle assumere in prima persona «un ruolo preminente nella lotta antipartigiana, portandola per ferocia e determinazione ai livelli da anni già raggiunti in Unione Sovietica e in Jugoslavia».

Sull'attentato di via Rasella, oggetto di tante speculazioni e diffamazioni, il giudizio è netto: «Produsse un effetto devastante in tutti i responsabili politico-militari del Reich: non era mai accaduto infatti in nessuna grande città occupata una simile sì da al potere».

Il finale del libro, dopo la descrizione di tanti orrori, è giustamente ottimistico. Fu un miracolo, scrive Rocca, che quell'Italia devastata e sconvolta sia riuscita a rinascere in così breve tempo «mossa come sempre dalla laboriosità della sua gente, dalla tradizionale capacità di adattamento e, soprattutto, da una inestinguibile voglia di vivere».